Cephalotus follicularis coltivato perennemente in pura acqua: esperienza ed evoluzione, un anno dopo.

L’idea di mettere in pratica la coltivazione di Cephalotus in pura acqua m’è sorta circa un anno fa, a seguito dei numerosi successi ottenuti con altre piante carnivore sistemate in soluzione idroponica (Drosera, Dionaea, Sarracenia) nonché della voglia di sfidare quello che appariva come un incontrovertibile tabù: “il substrato zuppo d’acqua é una tecnica di coltivazione sbagliata, che porta ad inevitabili insuccessi e perdita delle piante di Cephalotus“, questo il motto più ricorrente (negli anni) tra numerosi coltivatori, purtroppo confermato dai fatti.

In poche e semplici parole, il mio intendimento era quello di partire dalla base del problema, per poterlo “smontare” senza possibilità di errata interpretazione: a conti fatti, cosa sarebbe potuto essere più probante di una pianta sistemata direttamente con le radici in pura acqua, ai fini di capire se fosse proprio questo elemento la causa principale dei molteplici ed inspiegabili ed improvvisi insuccessi?

Così, nel mio spazio “YouTube” (Piante Carnivore di Pigliamosche Advisor) ho pubblicato il video di questa esperienza, partendo da zero e dalle considerazioni basilari:

(video completo)

E dopo? 🤔

Ciò che è successo nelle 8/10 settimane a seguire non mi ha portato risultati soddisfacenti e confortanti. Infatti, nonostante l’esemplare mostrasse buoni segni di crescita e soltanto qualche piccolo disseccamento (dovuto a fisiologico stress da cambio drastico di substrato) il formarsi continuo e rapido di molte alghe (prevalentemente attorno al “colletto” della pianta, ma anche sugli ascidi che appoggiavano in acqua) rendeva il tutto particolarmente “brutto” a vedersi. “Brutto”, non solo inteso come “non bello” (esteticamente parlando) ma anche come “poco salubre”, “insano”: a quel punto, dopo due mesi dall’inizio dell’esperimento, ho deciso di spostare nuovamente il piccolo Cephalotus in substrato più classico e più sicuro, ponendo fine alla prova, nonostante qualche segnale incoraggiante mi facesse capire che l’intuizione aveva buone basi.

Però, non potevo andare avanti con quel proliferare di alghe così diffuso ed incontrollabile.

Ritengo, in analisi sostanziale e sintetica di quanto descritto, che il mio errore sia stato quello di utilizzare una rete metallica (per sostenere la piantina) che rimaneva sempre a contatto con l’acqua sottostante.

A ragion del vero, devo dire che mi era stato segnalato e fatto notare da qualche attento e collaborativo seguace ma, superficialmente, non avevo dato troppo peso a questo fattore: in effetti, il metallo (seppur zincato) rilascia (anche se in minima parte) ossidi e minerali, “appesantendo” l’acqua e rendendo fruibili sostanze nutritive per le alghe, che poi proliferano e si auto-riproducono! Ahimè, l’errore è stato fatale al buon esito della prova😑, ma ho imparato qualcosa di nuovo 🙂.

Ma, per fortuna…😉

…per fortuna, posso vantare una squadra meravigliosa di “Pigliamosche”, che mi seguono con attenzione e fiducia cercando di trarre il meglio da ogni esperienza e migliorandone le tracce, qualora possano esistere requisiti da correggere o che non siano completamente convincenti.

Così, lo stesso esperimento, nelle stesse dinamiche e nelle stesso momento, é stato realizzato dal caro Roberto Venturini, grande “Pigliamosche” di Padova, minuzioso coltivatore appassionato che ha capito quanto i dettagli possano fare molta differenza tra successo ed insuccesso, tra soddisfazione o frustrazione. Roberto ha fatto tutto quello che ho proposto nel video, MA ha cambiato un solo elemento: la rete di supporto!

Invece che metallica, ha utilizzato una rete di plastica ed il risultato è stato sorprendente, esaltante! Ecco, le immagini valgono più di mille parole:

Tutto questo, a distanza di quasi un anno (quindi di una intera stagione, con l’estate rovente di mezzo!) dalla messa a dimora.

Come si può ben capire, la mia soddisfazione (grazie a Roberto!) é enorme! La sua intuizione sull’utilizzo della rete in plastica (e non metallica, lasciando tutto il resto inalterato) ha potuto portare in fondo l’esperimento che ho dovuto abbandonare a metà, provando inequivocabilmente che NON si tratta “dell’elemento acqua” a far morire Cephalotus (più in acqua di così non si può!) bensì di qualcosa che si manifesta nel substrato anche a causa della presenza dell’acqua, nelle settimane di maggiore caldo estivo.

Mi fa piacere poter menzionare anche il bravissimo David Maccioni (il suo profilo Instagram: le_carnivore_di_davy_jones) che interpreta sempre meravigliosamente le varie prove che propongo in video “sul canale”. Anche per quanto riguarda “Cephalotus in acqua”, ha iniziato da qualche settimana la sua esperienza:

Seguendo alcuni consigli di cui ha sentito parlare, David ha aggiunto al “setup” ciuffetti di “teste di sfagno”, che dovrebbe fungere da filtro per le sostanze nutritive, impedendo così l’eventuale degrado dell’acqua. Va benissimo tutto, per me ogni prova è un motivo di crescita di conoscenza e di slancio verso nuovi percorsi e nuovi traguardi!

Grande, David! Ti seguirò con interesse, come sempre, e sarò curiosissimo di vedere gli aggiornamenti!

Prime conclusioni e prospettive di evoluzione 💪

L’idea che mi sono fatto e sempre più sto sviluppando anche sulla base di questa importante esperienza, é che Cephalotus sia sensibile ai piccoli processi di decomposizione delle sostanze organiche presenti nel substrato “classico”, a base torbosa, che si sviluppano più corposamente e rapidamente in estate, quando fa caldo, in un vaso appoggiato irrigato con un sottovaso, quindi a ristagno d’acqua che diviene calda. Una sorta di livello di “tossicità”, che di certo non so e non posso misurare né definire, che però instaura un percorso di degrado irreversibile dell’apparato radicale, che marcisce in poco tempo e fa morire l’intera pianta.

Può andare bene un anno, magari due, forse tre, ma prima o poi arriva la botta che non ci si aspetta e Cephalotus muove che manco ce ne accorgiamo!

Ed ecco spiegato il perché “funziona molto meglio” (nella coltivazione classica) l’irrigazione dall’alto: favorisce il defluire ed impedisce la saturazione del substrato!

Magicamente mettiamo insieme i pezzi del misterioso puzzle e mi pare che si tratti di qualcosa che può cambiare il nostro modo di interpretare la coltivazione di Cephalotus follicularis, finora abbastanza nebulosa e vaga, figlia più di tentativi “a tempo” che di reale comprensione. Questo è un primo importante passo.

Come dice il mio amico Leonardo Castelletti, “ogni arrivo è una nuova partenza“. Verissimo! Per questa ragione, tenendo come caposaldo ciò che ha rivelato l’esperienza con l’acqua, sto provando a coltivare molti esemplari, diversi tra loro, di Cephalotus utilizzando substrati inerti, come akadama, kanuma, zeolite, lapillo vulcanico e perlite. Naturalmente, anche sabbia di quarzo (marca Askoll, tipologia “Aurum”, mi raccomando, in vendita presso i migliori rivenditori di attrezzatura per acquari). E se ne possono aggiungere tanti altri, basta lavorare un pochino di fantasia e fare molte prove!

Ciò che deve rimanere punto fermo è la costituzione inorganica dei vari materiali, che devono essere immarcescibili in acqua anche quando fa caldo, anche in piena estate bollente, così che si possa tenere un sottovaso con il livello dell’acqua costantemente alto senza timori (l’acqua non è più un problema!) sicuri che nulla di indesiderato può avvenire a livello radicale! Non è roba da poco. Ed ecco qualche esempio di piante coltivate in inerti, da alcuni mesi:

Queste rappresentano le prime evoluzioni verso una tecnica di coltivazione nuova, che sta percorrendo il solco tracciato dalla coltivazione in perlite, anch’essa proposta nei video sul canale YouTube e che ha offerto già buoni risultati. Ora, a noi serviva partire da una certezza: l’acqua non è deleteria per Cephalotus. Ottimo punto di partenza!

Avremo di che lavorare, documentare il tutto con diversi video e discuterci su!

Tutto ciò che viene e verrà da qui in avanti, sarà tutto terreno di nuove scoperte, completamente da sondare e scoprire insieme, perché l’esperienza “in acqua” dimostra (ancora una volta) che ciò che porta al risultato è il lavoro di squadra:

grazie ancora a Roberto Venturini per l’attenzione preziosa e per la sua fiducia. Ed a tutti i fedelissimi “Pigliamosche”, che quotidianamente mettono il cuore tra i vasi delle loro amate piante.

Un abbraccio, forte, ed avanti a tutta! 💚

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