Tecnica per coltivare il magnifico Cephalotus follicularis.

Tanto si è detto ed altrettanto scritto sulla coltivazione di Cephalotus follicularis, probabilmente perchè una linea provata, sicura e duratura nel tempo non esiste!

Questa è la sola certezza, dalla quale hanno inizio tutti i ragionamenti circa quelle che possono essere le svariate tecniche. Oppure, mettiamola così: ogni ambiente, luogo, clima necessita di un equilibrio ideale, sottile, fine, con il quale e per il quale la coltivazione di Cephalotus si crea “su misura” di micro-habitat, dove ogni parametro concorre alla riuscita dello sviluppo costante e continuato, di questa incredibile pianta australiana, negli anni .

Il mio primo incontro con questa sconvolgente creatura è avvenuto per me nel 1993, visitando il vivaio “Piante Esotiche Marsure” il cui curatore e proprietario, Furio Ersetti, coltivava un solo esemplare. Era in vaso da bonsai, con effetto scenico notevolissimo.

(Immagine di quell’esemplare, tratta da Gardenia, novembre 1993)

Nel settembre dell’anno successivo, è arrivato da un produttore australiano il mio piccolo primo Cephalotus! Era minuscolo, con sole trappole giovanili di pochi millimetri.

Pianta mitica, che per dodici anni ininterrotti è cresciuta nello stesso vaso con tanta acqua fino quasi all’orlo, spesso in terrario con luci a neon, fino a diventare un enorme ammasso di punti di crescita multipli, con decine e decine di trappole grandi fino 7 cm!

(Questo sono io, più di 22 anni fa, con il mio amatissimo primo Cephalotus)

Fatto sta, che un bel -brutto- giorno e nel breve giro di poche settimane è imploso, rimanendo vivo in poche rarefatte parti, permettendomi di salvarlo solo in super-extremis!

Da quell’esperienza con tanto di spavento, qualcosa (anzi, ben più di qualcosa!) è mutato nelle mie convinzioni sulla cure, accendendo una serie di dubbi e domande su quale fosse la tecnica migliore, al fine di evitare repentini collassi e sorpresacce nere da sera a mattina. Ho, prima di tutto, preso in considerazione il confronto con altri coltivatori ed i loro metodi, ho parlato con chi li ha visti in natura ed osservato le caratteristiche dell’ambiente, provando a porre in relazione le diverse variabili di ogni situazione.

Ciò che emerge è un quadro ovviamente molto complesso, con tante interazioni tra tutti i fattori, sul quale sono poste le fondamenta del ragionamento sulla coltivazione del Cephalotus follicularis: ogni singolo luogo, ha il proprio metodo! Ogni clima, richiede un suo adattamento! Ciò che funziona qui, nella primissima collina bolognese per esempio, in questa serra, in questo prato, non sempre è certo che valga magari a Milano, a Padova o Firenze o Roma, in altro contesto, in altra situazione. Questo discorso vale, è vero, per quasi tutte le piante, ma ce ne sono alcune che hanno margini di tolleranza maggiori, cioè “perdonano” alcuni errori e tollerano gli adattamenti più “generici”.

Cephalotus no, lui è rigido sulle sue posizioni, non ha voglia di scendere a troppi compromessi e mal si adegua al livello delle “piante carnivore normali”.

Lui, che da principe si veste, con l’ambizione di innalzarsi a Re.

(Cephalotus follicularis “Munich giant”, uno dei cloni più antichi arrivati negli orti botanici d’Europa)

Quindi? Come posso fare, ora, alla luce delle esperienze fatte in tanti anni, dopo alcuni successi e molti insuccessi, per tracciare una linea comune, un denominatore che soddisfi ogni appassionato coltivatore, ovunque possa o voglia sistemare le sue bellissime “Albany pitcher plants“? Ora, che ho trovato un “filone aureo”, provo a schiarire le idee, semplificando i concetti.

A coltivare Cephalotus come “tutte le altre piante carnivore” (espressione generalizzante che ho sentito usare talvolta, che vuol dire “torba e perlite, vaso 10/12 cm, sottovaso con sempre acqua, esposto al sole, vai che va bene!”) ci si rimette quasi sempre l’esemplare: all’inizio tutto procede liscio e la pianta cresce, ma nel giro di due anni il rischio di vederla marcire da un momento all’altro è altissimo. Il problema insorge con il caldo umido estivo: la scarsa tolleranza ai ristagni idrici continuati, unitamente al tasso di umidità ambientale elevato, portano velocemente alla marcescenza radicale o dei colletti, con rapida morte di tutta l’organismo, in pochissimo tempo!

A questo punto, il passo successivo sta nel modificare il metodo di irrigazione, bagnando dall’alto e lasciando asciugare il sottovaso prima della successiva irrigazione. Però, in estate calda, questo diventa quasi insufficiente a placare l’arsura del Cephalotus, quindi meglio tenere sempre un filo d’acqua nel sottovaso.

Adesso c’è ancora un però, l’ennesimo: con il ristagno continuato quando fa caldo, non si crea marcescenza? Come ovviare a questo problema?

Risposta: utilizzando vasi traspiranti, come quelli di terracotta o di plastica retati, utilizzati prevalentemente per le piante acquatiche, possibilmente profondi dai 15 cm in su!


L’aria, passando attraverso le pareti del vaso permeabile o tra le maglie della rete, circola nel substrato, rinfrescando e rallentando i dannosi processi di decadenza, anche in condizione di alloggiamento nel sottovaso pieno d’acqua!

Il substrato è il successivo punto cardine.

Deve essere drenante, in primis. Non compatto! Deve permettere un rapido scorrimento al suo interno di acqua ed aria. Perciò, quale composizione scegliere, in quali percentuali?
Alla luce di tutte le considerazioni fin qui fatte in questo elaborato percorso (che nella realtà ha avuto bisogno di anni per essere compreso!) sono giunto alla sintesi di fusione di tutte le osservazioni, dei successi e degli insuccessi: il substrato a strati! Qui mi spiego meglio aiutandomi con una illustrazione.

(by Maricarte)

Dall’illustrazione, si riesce a capire bene la filosofia-guida.

Partendo dal basso, uno strato di spugna sintetica è il materiale ideale per trasportare acqua per capillarità: non marcisce anche rimanendo immersa in acqua per mesi. Nella fascia centrale del vaso, dove saranno sistemate la radici, c’è il cuore del substrato: torba e perlite in percentuale di 70/30, ben arieggiato ma capace di rimanere umido; in cima, un “fascione” che avvolge la parte alta dell’apparato radicale ed il colletto del Cephalotus, fatto di sola ghiaina di quarzo e pura, a grana medio-grossa, preferibilmente di colore chiaro per tenere bassa la temperatura e per mantenere arieggiato l’apice vegetativo!


In questo modo, si possono usare tutte le tecniche di irrigazione che si preferiscono, in base alla stagione: dall’alto, in primavera ed inizio estate. Con ristagno di 3/4 cm nel sottovaso, in piena estate, sicuri che non ci sono rischi di marciumi, in virtù della spugna sotto! Fantastico, la resa è eccezionale!

L’esposizione, a questo punto, è un elemento secondario. Si può decidere di coltivare Cephalotus follicularis a pieno sole o a mezz’ombra (io preferisco questa seconda opzione) ma anche in terrario, con luci artificiali. Non ci sono limitazioni di scelta, essendo consapevoli che ad ogni esposizione corrisponde un effetto estetico differente: da quello più “rustico e selvatico” della coltivazione fuori, con crescita di muschio e bruciacchiature sparse…

(Cephalotus follicularis “Harald Weiner clone”)

…a quello “pulitissimo” del terrario, che produce piante che sembrano di plastica, per quanto sono intonse!

(cephalotus follicularis cv “Big Boy”)

Va da se’, che ogni ambiente che si sceglie avrà le proprie caratteristiche di temperatura e luce, quindi l’irrigazione andrà modulata di conseguenza al consumo più o meno elevato nel corso delle stagioni.

Personalmente, mi ci sono voluti diversi anni per capire che, nelle mie condizioni ambientali, “il Magnifico Cephalotus follicularis” non può essere coltivato “come una normale pianta carnivora” (vuol dir tutto e non vuol dire niente…) ma necessita di qualche attenzione specifica, dedicata prevalentemente all’apparato sotterraneo, quello radicale.

(Sono in compagnia di Cephalotus “Harald Weiner clone”)

Applicando questi accorgimenti, riesco a coltivare per lungo tempo piante che vedo invecchiare, che prosperano e si moltiplicano allegramente, che vuol dire vita e felicità.

Il massimo dei massimi dopo troppi anni a penare per amore non corrisposto anzi, no, non compreso.

(by Andrea Amici, piante ed immagini sono dell’autore. Grazie di cuore a Marica per l’illustrazione!)

Links correlati all’argomento Cephalotus:

Sui Cephalotus giganti. Parte prima.”

Sui Cephalotus giganti, Hummers Giant e True Giant. Parte seconda.”

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